Se sei troppo buono e accogliente finisci per perdere il tuo paese
E così anche il paese simbolo dei confini aperti torna indietro. La compatibilità culturale non è un lusso xenofobo: è una necessità per la sopravvivenza delle società libere ad alto capitale sociale
Chi è iscritto alla mia newsletter ha potuto apprezzare le interviste a Frank Furedi, nato in Ungheria nel 1948, professore di Sociologia all’Università del Kent in Inghilterra, ben prima che questa settimana venisse proposto tra gli autori alla maturità in Italia con un brano tratto dal suo bel libro I confini contano.
"Dante sarà il prossimo obiettivo dei Talebani della cancel culture"
I Talebani decretarono che tutto il materiale stampato con immagini o dipinti di creature viventi non era islamico e che doveva essere bruciato. Come tutte le traduzioni in Pashtun della letteratura occidentale. Così distrussero libri nelle biblioteche di tutto il paese, inclusa la Biblioteca Nazionale di Kabul.
Se c’è un paese che in Europa aveva deciso che i confini non contassero affatto quello è la Svezia.
Quell’anno, dieci anni fa, l’allora premier svedese di centrodestra Fredik Reinfeldt invitò i concittadini ad “aprire i cuori” ai profughi di tutto il mondo: “Chiedo al popolo svedese di essere paziente; di essere solidale, a lungo termine creeremo un mondo migliore in questo modo”.
Nacque così il mito della “nazione più generosa della terra”.
Quell’anno, in un solo anno, la Svezia accolse 163.000 persone. L’equivalente del 1.6 per cento della popolazione totale. Come se l’Italia avesse lasciato entrare 600.000 migranti in un anno.
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