Non ho mai indossato braccialetti con le ruote del Dharma, i fiori di Loto e i pesci d’Oro, ma adoro i tibetani.
Non promettono fiumi di sangue altrui. Non trasformano il lutto in spettacolo geopolitico. Non avanzano rivendicazioni espansioniste. Non vogliono califfati. La loro è una protesta kierkegaardiana contro l’annientamento dell’anima di un popolo. La loro immolazione come atto estremo di non-violenza è il proprio corpo offerto, non quello dell’altro distrutto. Offrono il proprio corpo come prova che la tirannia esiste ancora e che il totalitarismo comunista non è un capitolo chiuso ma una macchina viva che digerisce popoli interi.
Perché allora la loro tragedia che dura da ottant’anni non genera le stesse maree emotive, le stesse campagne virali, le stesse adunate di intellettuali e divi del cinema che accompagnano altre cause, come quella palestinese?
Neanche Richard Gere indossa più le sciarpe tibetane: ha capito che certe cause invecchiano male nel mercato dell’indignazione di cui si nutre Hollywood?
Il video non mostra solo un uomo che muore: mostra anche un Occidente che ha smarrito la capacità di riconoscere la tragedia perché troppo occupato a inventarsene una di comodo, politically correct, monetizzabile, terzomondista.
I tibetani che si immolano attraggono così la stessa attenzione dei cristiani decapitati nelle giungle di Joseph Conrad: zero.
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