Nel 1934, Osip Mandel’stam, un grande poeta russo, fu prelevato da casa per aver scritto sedici versi contro Stalin.
Viviamo senza più fiutare sotto di noi il paese,
a dieci passi le nostre voci sono già bell’e sperse,
e dovunque ci sia spazio per una conversazioncina
eccoli ad evocarti il montanaro del Cremlino.
Le sue tozze dita come vermi sono grasse
e sono esatte le sue parole come i pesi d’un ginnasta.
Se la ridono i suoi occhiacci da blatta
e i suoi gambali scoccano neri lampi.
Ha intorno una marmaglia di gerarchi dal collo sottile:
i servigi di mezzi uomini lo mandano in visibilio.
Chi zirla, chi miagola, chi fa il piagnucolone;
lui, lui solo, mazzapicchia e rifila spintoni.
Come ferri di cavallo, decreti su decreti egli appioppa:
all’inguine, in fronte, a un sopracciglio, in un occhio.
Ogni esecuzione, con lui, è una lieta
cuccagna ed un ampio torace di osseta.
Mandel'stam li aveva recitati ad alcuni amici, ma questo era sufficiente per dipingerlo come un nemico del popolo. Fu arrestato e processato senza testimoni e senza difesa, in questi processi farsa ufficialmente chiamati “processi”, ma che erano solo giustificazioni per la distruzione. Cinque anni di lavori forzati e morte per fame, tifo, freddo e, alla fine, una fossa comune: il perfetto meccanismo di cancellazione.
Pensando a Mandel'stam, vorremmo dirci che il mondo è cambiato. Che l'uomo moderno, imbevuto di lezioni del passato, vaccinato contro il totalitarismo, non lo avrebbe fatto mai più. Che uno scrittore non sarebbe stato più una minaccia. Ci sbagliavamo.













