Nel 1793 c’erano le tricoteuses, le magliaie che sferruzzavano a maglia mentre cadevano le teste sotto la ghigliottina.
Oggi ci sono certi giornalisti della stampa “libera”, diventata il più efficiente apparato di controllo ideologico del XXI secolo, e che, seduti in redazione, sferruzzano con fili di inchiostro velenoso la lista dei reprobi. Non più il tricot sotto la lama della Rivoluzione, ma articoli, tweet e titoloni che decretano la morte civile di chiunque osi deviare dal catechismo progressista.
Lavorandoci da 25 anni, conosco troppo bene come funziona il mondo dei giornali per essere sorpreso dai nuovi delitti d’opinione. Le etichette “islamofobo”, “transofobo”, “sionista” servono oggi come un tempo servivano “nemico del popolo”, “controrivoluzionario” e “deviazionista”. Non a discutere idee, ma a squalificarle prima ancora che vengano espresse, a espellere dal consesso civile chi osa rompere il patto di silenzio su certe verità autoevidenti.
La nuova ghigliottina è metaforica: ostracismo, linciaggio sui social, cancellazione dall’agenda culturale. Ma il principio è identico a quello del Terrore: chi non pensa come loro non ha diritto di esistere nel dibattito pubblico.
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